LE ORIGINI STORICHE
Il territorio di produzione del vino Valpolicella è stato da sempre sconsiderato fertile per la presenza di corsi d’acqua che hanno reso redditizia l’agricoltura e hanno favorito gli insediamenti. Le sue vallate sono ricche di storia e mostrano segni evidenti della presenza dell'uomo fin dal Paleolitico inferiore, ovvero circa 120mila anni fa.
Resti di insediamenti umani di epoca preistorica si trovano disseminati su tutto il territorio, dove i ritrovamenti più antichi sono avvenuti soprattutto in grotte, caverne e ripari sotto roccia: esempi di grande suggestione sono il Ponte di Veja, la Grotta di Fumane e il Riparo tagliente.
Al loro interno sono stati recuperati, oltre ad oggetti e pitture rupestri, materiali fossili vegetali che dimostrano l'importanza e la diffusione della coltivazione della vite sin da epoche remote.
Nonostante la complessità territoriale, un'identità culturale e storica unitaria venne data dalla conquista romana di cui rimane traccia oggi negli scavi di alcune ville, antenate e ispiratrici degli insediamenti della nobiltà veronese e veneziana del Rinascimento. All’interno di una di queste, in località Ambrosan, tra San Pietro in Cariano e Fumane, è avvenuto il ritrovamento di alcuni locali muniti di un sistema di riscaldamento ad ipocausto, riservati all’essicamento delle uve per la produzione del vino retico a conferma che la tecnica dell’appassimento era molto diffusa già presso i Romani. Murati nel campanile della Chiesa di Castagnè sono ancora oggi visibili due frontoni di steli funerarie a testimonianza di quanto questa zona fosse abitata e conosciuta dai Romani.
Alla tarda età romana risale il Ninfeo di Santa Maria in Stelle, ipogeo risalente ai primi decenni del III secolo d.C. per valorizzare la sorgente e che diventerà successivamente luogo del nuovo culto cristiano, come dimostrano i notevoli affreschi, tra i primi esempi di arte paleocristiana.
In età romana la Valpolicella storica vide anche la compresenza di una popolazione di origine retico-etrusca che abitò in queste zona, lasciando numerose testimonianze: gli Arusnati. Questo il nome degli antichi abitanti della valle, che scelsero quale centro amministrativo il colle di San Giorgio a Sant'Ambrogio di Valpolicella. Quest'ultimo conservò il suo ruolo di centro amministrativo di primaria importanza anche nei secoli successivi, tanto che nel VII secolo il re longobardo Liutprando decise di erigere qui la sua cappella regia: la pieve di San Giorgio.
E’ in un decreto del 1117 dell'imperatore Federico Barbarossa che si trova citato per la prima volta il nome Val Polesela, termine sulla cui etimologia si discute tuttora. Forse può essere ricondotto al termine greco polyzèlos, che significa “molto beata” (quindi “valle molto beata”), oppure al latino pulcella, a cui richiama l'effige della fanciulla che campeggia nello stemma del paese di San Pietro in Cariano. I dubbi rimangono, ma forse la spiegazione che più si avvicina alla realtà e che più fa onore alle tradizioni produttive, è il termine Val-poli-cellae, ovvero “valle dalle molte cantine”, dal latino “cella”, cantina.
In età medioevale il territorio conosce le prime forme di autonomia comunale, culminate nella definizione giuridica dei confini in seguito alla firma di un trattato che Federico della Scala, conte della Valpolicella, siglò con la città di Verona nel 1313.
Federico riuscì a stabilire gli esatti confini tra la valle di cui era feudatario e le aree veronesi limitrofe, convincendo i Della Scala a sottoscrivere questo accordo commerciale e allo stesso tempo difensivo. L'esilio di Federico della Scala, in seguito ad un tentativo di ribellione, pose fine alla Contea della Valpolicella, anche se oramai la zona aveva acquisito un proprio particolare status, che le fu sempre riconosciuto.
I castelli come simbolo del potere medievale punteggiavano tutto il territorio e sono citati nelle fonti documentarie. Ad oggi rimangono soltanto il castello di Montorio, gli antichi manieri che sovrastano Illasi e Tregnago e alcune rovine nella Valpolicella classica, come a Castelrotto. Ben diverso è stato il destino delle molte pievi di età romanica, tra le quali vale la pena menzionare le pievi di San Giorgio di Valpolicella, San Floriano, san Leonardo di Limoges a San Mauro di Saline e la pieve di Santa Maria a Colognola ai Colli.
Alla signoria scaligera subentrarono i Visconti, che istituirono in Valpolicella la figura del Vicario, privilegiandolo di un'autonomia amministrativa che sarà successivamente accettata anche dalla Serenissima. Ancora oggi, sulla facciata del vecchio municipio di San Pietro in Cariano, allora sede del vicariato, sono visibili alcuni stemmi dei vicari avvicendatisi negli anni. Questo fu per la Valpolicella un periodo di quasi ininterrotta tranquillità politica, situazione che permise la riorganizzazione agraria dei terreni, che proseguì fino al Settecento, ridisegnando in maniera radicale il volto del territorio.
Tra il XV e il XVIII secolo nelle zone collinari sorsero importanti ville padronali, caratterizzate dalla peculiare struttura “a portico” e “a loggia”, la cui costruzione avveniva spesso su poggi o in zone rialzate, in modo da dominare i terreni circostanti.
Le ville costituiscono l'espressione architettonica di una nuova concezione della proprietà agraria, a cui si accompagnava una idea di derivazione umanistica che associava al luogo di villeggiatura la sede di produzione agricola.
A quel tempo l'economia agricola si basava su seminativi e ortaggi, ma la coltivazione della vite giocava un ruolo di fondamentale importanza, come dimostrano le frequentissime citazioni di vini e vigneti locali nei documenti dell'epoca.
In età contemporanea il fenomeno dell'emigrazione dalle campagne e dalle zone montane, che si acuì nel secondo dopoguerra, vide la trasformazione del paesaggio e l'abbandono delle tradizionali strutture insediative, le corti rurali. L'inurbamento ha modificato il volto rurale delle vallate, che hanno conservato la sua fisionomia solamente nelle zone più isolate.
La modernizzazione dell’agricoltura del dopoguerra ha invece “specializzato” il territorio in rapporto all’altitudine: la fascia più vicina all’Adige è riservata alla frutticoltura; la zona pedemontana e della bassa collina è dedicata al vigneto, con l’inserimento di non ampie, ma ben visibili e ben curate, aree a uliveto; l’alta collina è sede del ciliegeto, il quale, a partire dai filari dove era inframmezzato alla vite, ha occupato prati e pendii un tempo a bosco, ma, soprattutto in primavera, è facile notare anche altre specie arboree, come albicocchi o susini; più in alto ancora abbiamo prati e pascoli, ancora ciliegi e boschi di castagni.
Il passaggio alle moderne coltivazioni è avvenuto tuttavia senza cancellare del tutto i segni dell’agricoltura tradizionale: sono stati rispettati i terrazzamenti con muri a secco, le cosiddette marogne e qua e là rimangono anche alcuni alberi lungo i filari di vite, a testimonianza di quando servivano come sostegni vivi.
Inoltre si possono vedere ancora le vasche in pietra, dove si preparava il verderame, i casotti, sempre in pietra, per il ricovero degli attrezzi, qualche ròccolo per la caccia, le scale sporgenti per collegare le terrazze più ripide e perfino qualche edicola sacra e le croci di legno in testa ai filari. Più a monte sono fatte di pietre piantate nel terreno i letamai, le recinzioni dei campi e i pali di sostegno della vigna nell’orto. A fianco di una piccola conca, esposta a nord e seminascosta nel terreno, è rimasta ancora qualche ghiacciaia o un serbatoio.