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La Valpolicella, più che una valle in stretto senso geo-idrografico, è un ventaglio di piccole valli, digradanti verso sud sulle colline alle spalle di Verona.
La variegata serie di alture, articolata in cento forme, ed il rivestimento rosa e bianco in primavera, verde da maggio a settembre, giallo-rosato o rosso in autunno e bruno scuro d'inverno, sono interrotti dalle macchie scure dei parchi sempre verdi e dai gruppi di cipressi. Questi punteggiano frequenti tutto lo scenario, alternati al biancastro di contrade e paesi, taluni assai dispersi, altri compatti e addensati.

Anche se l’urbanizzazione degli ultimi decenni ha riempito i fondovalle di quartieri residenziali e di aree artigianali, basta spostarsi di qualche centinaio di metri per ritrovare gli insediamenti tipici della Valpolicella: le ville, appunto, le corti rurali, le case isolate, magari col loro cipresso e, più in alto, le piccole contrade tutte in pietra con le case ben allineate al sole.
Il paesaggio, dai 1500 metri del Corno d'Aquilio ai 65 metri. s/m, presenta una varietà abbondante di forme e di aspetti colturali. Dalle cime e dai cocuzzoli emergenti dalle varie dorsali, nonché da molteplici punti dei versanti, angolature o sporgenze, la vista spazia verso la pianura padana e verso il Lago di Garda, con panorami suggestivi, che, quando l'atmosfera è limpida, raggiunge la catena appenninica per ampio raggio.
Più a sud, lungo le valli sono ben visibili, soprattutto a inizio primavera e in autunno, le residue zone a bosco ceduo, nei vaj e nelle vallette scoscese percorse dai molti torrenti; mentre le sommità delle colline sono a volte occupate dalle macchie scure delle pinete di pino austriaco, frutto di maldestri rimboschimenti a cavallo de cavallo dell’ultima guerra.
Tranne che sui pendii più ripidi e negli anfratti più impervi, il bosco ha ceduto il posto a frutteti e vigneti, mentre l'allevamento del bestiame, diminuito assai negli ultimi decenni, ha portato la riduzione di prati stabili e artificiali, fino ad una altezza (700 mt. circa) cui l'uva e la ciliegia possono dare sufficiente reddito.

Il passaggio alle moderne coltivazioni è avvenuto senza cancellare del tutto i segni dell’agricoltura tradizionale: sono stati rispettati i terrazzamenti con muri a secco, le cd. marogne, e qua e là rimangono anche alcuni alberi lungo i filari di vite, a testimonianza di quando servivano come sostegni vivi.

Inoltre si possono vedere ancora le vasche in pietra, dove si preparava il verderame, i casotti, sempre in pietra, per il ricovero degli attrezzi, qualche ròccolo per la caccia, le scale sporgenti per collegare le terrazze più ripide e perfino qualche edicola sacra e le croci di legno in testa ai filari. Più a monte sono fatti di pietre piantate nel terreno i letamai, le recinzioni dei campi e i pali di sostegno della vigna nell’orto.
A fianco di una piccola conca, esposta a nord e seminascosta nel terreno, è rimasta ancora qualche ghiacciaia o un serbatoio.


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