I VINI NELLA STORIA
La presenza della pianta della vite nel territorio veronese è attestata dal Medio Eocene (40 milioni di anni fa), ma le prime testimonianze della sua coltivazione nel territorio della Valpolicella risalgono al V secolo a.C., periodo in cui lo sviluppo dei vigneti era sicuramente maggiore nelle aree limitrofe al lago di Garda, dove sono stati ritrovati strumenti agricoli riconducibili alla coltivazione della vite.
Nel II secolo a.C, in conseguenza dell'espansione romana, la provincia veronese viene inserita nella regione della Retia e “vino retico” è il nome con cui autori classici come Marziale, Strabone e Virgilio, ricordano la bontà e la qualità di quel vino ricavato da uve passite e particolarmente apprezzato dallo stesso imperatore Augusto.
Gli scavi nei pressi della villa romana (II-III sec. d.c.) in località Ambrosan, tra San Pietro in Cariano e Fumane, con il ritrovamento di alcuni locali muniti di un sistema di riscaldamento ad ipocausto riservati all’essicamento delle uve per la produzione del vino retico sono la conferma che la tecnica dell’appassimento era molto diffusa già presso i romani.
Nel De rerum Natura lo storico e naturalista Plinio il Vecchio documenta come gli agricoltori romani si fossero resi conto come la vite retica fosse già allora un vitigno autoctono da preservare ben adattato al clima temperato della regione omonima che reimpiantarla in altri luoghi le avrebbe fatto perdere ogni identità.
Anche il re ostrogoto Teodorico, che aveva scelto Verona quale capitale del suo regno, apprezzava il vino: il suo ministro Cassiodoro riferisce come il re, per garantire che le sue cantine fossero sempre fornite dei migliori vini del regno, si prodigò per sviluppare la viticoltura nelle zone più vocate. La decadenza e la caduta dell'Impero romano d'Occidente portarono con sé anche il declino dei vini veronesi e si data solo al 463 d.C. l'editto che salvaguardia la conservazione dei vigneti, punendo con una condanna coloro che li danneggiavano.
Fu con la diffusione del cristianesimo che si ebbe il primo grande rinnovamento vinicolo. In epoca medievale abati, monaci e vescovi tanto si occupavano delle anime dei loro contemporanei, quanto si dedicavano ad una agricoltura che prevedeva la coltivazione razionale e più estesa dei vigneti. Cominciò così lo sviluppo di una vera e propria rivoluzione agricola, supporta dai primi editti specifici per regolamentare i tempi della vendemmia, la lavorazione delle uve e la vendita del vino.
Tra il XIII e il XIV secolo sono molte le testimonianze artistiche della crescita della civiltà enoica veronese che raffigurano scene di vita quotidiana legate al vino: si calcola che nel Trecento la Valpolicella avesse tra il trenta e il quaranta per cento dell'intera estensione agricola dedicata a vigneti.
Il fatto si spiega con un aumento del consumo di vino, soprattutto nella città di Verona, come confermano gli statuti cittadini che menzionano, tra le corporazioni più importanti, quelle degli hosterii (gestori di locande con alloggio), dei tabernarii (gli osti) e dei torcolotti (i portatori di vino), a cui nel Quattrocento si aggiunsero le secchiarole, le portatrici di vino con secchi.
Con l’avvento della Repubblica Serenissima di Venezia si intensificò il commercio dei vini veronesi, soprattutto quelli della Valpolicella che, grazie alla vicinanza con il fiume Adige navigabile, potevano essere trasportati su chiatte fino alla cosiddetta Riva del Vin a Venezia, vicino al noto ponte di Rialto e del suo mercato.
Il Cinquecento e il Seicento furono secoli di crisi per i vini della Valpolicella a causa di epidemie di peste cicliche (tra cui la nota peste manzoniana del 1630) e guerre tra Veneziani, Francesi, Tedeschi e Spagnoli. Nonostante ciò il vino continuò ad avere un ruolo fondamentale nell’economia del territorio, sebbene il diffondersi dell’Illuminismo nel XVIII secolo non portò quei miglioramenti che invece in Europa cambiarono profondamente il profilo di altri territori a vocazione enoica.
E’ in questo periodo che Scipione Maffei nel suo trattato intitolato Verona illustrata fornisce notizie sulle uve e i vini veronesi, risalendo sino al tempo dei Romani, tra cui la tecnica di elaborazione dei vini partendo da uve appassite e un’attendibile testimonianza delle radici etimologiche del vino Amarone. La coltivazione dei monti, scritta dall’abate Bartolomeo Lorenzi, originario di Mazzurega di Fumane, tratta più in generale dell’agricoltura della zona, ponendo ancora una volta l’attenzione sulla viticoltura di collina.
Tuttavia è solo verso tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento che si assistette alle prime ricerche per una migliore qualità dei vini, unita ai primi tentativi di rivoluzionare i metodi dell’appassimento e della fermentazione.
Inoltre, per allinearsi ai cambiamenti di gusto che si stavano verificando in gran parte d’Europa, i viticoltori veronesi iniziarono ad orientarsi verso una produzione di vini secchi. Testi di rilievo legati all’enologia e al mondo del vino sono stati quelli del botanico Ciro Pollini e dell’accademico Giuseppe Beretta. A fine del secolo Giovanni Battista Perez pubblica La provincia di Verona e i suoi vini, primo documento nel quale compare il termine “recchiotto”, italianizzazione del termine Recioto, ad indicare come al tempo questo era il vino più richiesto nel Veronese, nonostante numerosi enologi riuniti in un congresso a Padova nel 1888 lo bollarono severamente come un prodotto di scarso valore.
Bisogna valutare i fatti alla luce di un periodo di incertezza, tra ricostruzione dei vigneti e lotta contro le nuove malattie della vite: l’oidio, che in soli quattro anni dimezzò la produzione, seguito dalla peronospora e dalla filossera, contro le quali inizialmente non ci fu nulla da fare. Queste difficoltà portarono tuttavia ad una proficua analisi scientifica che favorì l’evolversi della cultura enologica.
Nel 1940, dopo aver raggiunto il suo acme distruttivo, la filossera fu sconfitta e gran parte dei vigneti della Valpolicella furono ricostruiti. È di quest’anno la prima bottiglia di Amarone oggi esistente, un esemplare della quale è conservato gelosamente presso la Cantina Sociale di Negrar. Nello stesso anno il mondo è travolto dalla guerra e solo dopo la sua conclusione la Valpolicella ricomincia a vivere grazie all’affermarsi di numerose aziende vitivinicole, che iniziano ad esportare in tutto il mondo i loro prodotti, e grazie alle prime iniziative di valorizzazione.
È del 1953 il primo Palio del Recioto di Negrar e nel 1969 nasce lo Snodar che, richiamandosi ad una confraternita nata nel Medioevo per opera del conte Federico della Scala, ha lo scopo dichiarato di promuovere il vino locale, a partire dal Recioto, e insieme a questo il patrimonio storico e culturale della terra che ne ospita i vigneti. Un’altra tappa importante nel riconoscimento dei vini del territorio è la nascita del Consorzio per la Tutela dei Vini della Valpolicella il 5 febbraio 1970 con attività di vigilanza, difesa e promozione della viticoltura e del vino a denominazione d’origine controllata.
Con il decreto n. 2954 del 29.10.2002 la Regione Veneto ha istituito l'Associazione Strada del Vino Valpolicella con lo scopo di promuovere e valorizzare il territorio di produzione del vino Valpolicella, favorendo l'arrivo e il soggiorno di turisti e appassionati alla scoperta del vino, della cucina, del patrimonio artistico e ambientale.